Coming out, come e quando? i nuovi studi e l’esperienza dei Centri Ascolto Anddos

wp-vtd-alternatingcurrents-1999-5b6940a3Da non confondere con l’outing, la pratica di rivelare l’identità di un’altra persona, l’espressione completa “Coming out of the closet” indica quel momento, o quell’insieme di momenti, in cui si “esce fuori dall’armadio” e si inizia a rivelare o a far capire la propria identità sessuale non prevista (o malvista) dal modello culturale in cui si è cresciuti.

La  ricorrenza è nata negli Stati Uniti nel 1988 per ricordare la marcia su Washington per i diritti LGBTI dell’anno precedente. Negli ultimi decenni sono molte le riflessioni e gli studi scientifici sul Coming Out. Sull’argomento, Roberto Baiocco, Professore Associato in Psicologia dello Sviluppo presso  l’Università “Sapienza” di Roma, ha spiegato oggi su Pride Online che gli studi più recenti indagano maggiormente le reazioni dei genitori e della famiglia allargata come variabili in grado di spiegare il benessere (o malessere) dei ragazzi e delle ragazze che fanno coming out.

Un recente studio nel contesto italiano – spiega Baiocco – pubblicato dal nostro gruppo di ricerca su una rivista internazionale, dimostra inoltre che i genitori hanno bisogno di tempi lunghi per elaborare pienamente il coming out del loro figlio/della loro figlia e che mediamente i tempi si aggirano intorno ai 3 anni. In molti casi la mancata accettazione di tale processo da parte delle persone significative, in particolare genitori e gruppo dei pari, incide significativamente sul benessere e sulla piena realizzazione di sé. I casi più ricorrenti riguardano ovviamente gli adolescenti e i giovani adulti che per la prima volta fanno coming out nella stanza di terapia: affidano al loro terapeuta questo “segreto” che confonde, blocca e fa paura. Nel corso degli anni anche persone oltre i 50 anni d’età hanno fatto coming out proprio nel nostro servizio, lo sportello 6 come sei.
In altri casi, incontriamo genitori disperati che sospettano che il loro figlio/a sia gay/lesbica ma non sanno come parlare, non conoscono le “parole giuste”, hanno paura di ferirli/e e, malgrado siano bravi genitori, non sanno come affrontare la situazione. Una volta è addirittura venuta una nonna che aveva non solo il problema di doverlo dire oppure nascondere ai genitori del ragazzo ma anche quello di capire meglio che volesse dire essere gay

E’ evidente che le storie e i percorsi sono tra loro molto diversi. Nei Centri Ascolto e Antiviolenza Anddos, in oltre un anno di attività, si sono presentate numerose casistiche. Secondo Tullio Bonelli, Psicologo e responsabile dei CAA Anddos, il coming out non è un obbligo ma, generalmente, è meglio farlo.

“Non si tratta di un momento – argomenta Bonelli – ma di un processo che dura anni. Non sempre risolve i problemi di relazione con gli altri, primo fra tutti con genitori, figli, coniugi, ma sicuramente risolve i problemi con se stessi, perché da coerenza tra sentire e azione, equilibrio. Negli ultimi mesi, dopo oltre 50 casi di persone provenienti da tutta Italia alle quali abbiamo prestato assistenza, abbiamo notato che il coming out passa attraverso la valutazione di quattro variabili principali:1) L’accettazione della propria omosessualità – bisessualità;  2) L’autonomia economica dalla famiglia, soprattutto per i più giovani; 3) Il contesto sociale dove si vive, città o paese, ambiente tradizionale o aperto; 4) il confronto con altre persone LGBT che già lo hanno fatto.Per questo motivo, creeremo a breve dei gruppi di confronto (auto mutuo aiuto) sul tema del Coming Out. Chiunque volesse contattarci può trovare informazioni sul nostro sit0