Family day: una piazza che fa male a tutti e tutte

family-day-gender-2015Obiettivo: contrastare fino a bloccare il ddl Cirinnà sulle Unioni Civili. I mezzi: volantini nelle scuole, convegni nelle università, riunioni in alcune parrocchie, adunate di sentinelle, manifestazioni di piazza. Parole d’ordine: dittatura del gender. Strategia: fomentare la paura. Cornice: costruzione del capro espiatorio. Effetto: possibile boomerang.

Di Delia Vaccarello – La dittatura del gender non esiste, l’ideologia tanto meno. Chi ha deciso di aizzare  tante famiglie  forse non del tutto consapevoli ha dovuto cambiare il significato alle parole per agitarle come fossero fantasmi inquietanti. Risultato: molte persone in piazza a fare una riedizione “orfana” del primo familiy day. Orfana di cosa? Dell’abbraccio della Chiesa. Lo spettro del fondamentalismo ha occupato sabato pomeriggio una piazza San Giovanni che è diventata di forte valenza politica. Una piazza che ha voluto mettere in difficoltà l’annuncio fatto da Renzi in merito a una buona conclusione dell’iter relativo al ddl Cirinnà, ma che può rivelarsi inutile e forse dannosa.

Le famiglie con anche 10 figli che hanno esibito striscioni con gli slogan giù le mani dai bambini hanno portato in piazza le loro paure profonde trovando un contenitore dei più tradizionali: il nemico comune che spinge a fare il fronte unico. Ma il fronte non è stato unico, era composto dai neocatecumenali, da ncd, dai movimenti per la vita, e sono arrivati messaggi da parte dell’Imam della moschea di Centocelle e dal rabbino capo di Roma. La Chiesa non ha dato nessun appoggio.

La questione è semplice: le unioni civili non toccano la famiglia e con il gender cosiddetto non hanno nulla a che vedere. Le unioni civili danno una ossatura necessaria di diritti ma non attaccano la famiglia tradizionale. Aggiungono non tolgono. Le convivenze sono un bene comune: ha dichiarato Brunetta in un convengo tenutosi in Senato e organizzato da Mara Carfagna.

La famiglia è un bene comune: dicevano quelli tra i raffinati che hanno appoggiato la manifestazione di sabato 20 giugno. Non c’è nessuna contraddizione.

La guerra del 20 giugno fa male a un Paese stanco di lacerazioni senza sutura.

Sempre a un convegno sulla “educazione alla affettività” organizzato da Forza Italia relatori di tradizioni culturali differenti e trasversali hanno convenuto sulla necessità del dialogo e della educazione a un concetto di forza tra ragazzi che non sia sopraffazione, che non veda il presunto più “forte” danneggiare il presunto  più “debole”. Basta questo per fare anti-discriminazione.

Dividere la società in fronti opposti non serve, si danneggiano solo le tante famiglie che hanno paura, che vedono per mille motivi incerto il futuro. Si danneggiano le persone omosessuali e trans che si vedono rappresentate come la incarnazione di quelli che per “mera distruttività” vogliono non essere etero o come quelle che vogliono “convincersi” di essere maschi se invece nascono femmine (o viceversa).

Si parla di gender, e si sbaglia. Si usa una parola che nessuno capisce e la si riempie di contenuti demagogici e fuorvianti.

I termini corretti sono orientamento sessuale e identità di genere: si tratta di concetti illuminanti che aiutano ciascuno di noi a vivere. Ci fanno capire come siamo orientati nell’amore, nell’esistenza, nella sessualità. Valgono per tutti: etero, bisessuali, omosessuali. L’identità di genere attiene a tutto quanto non è mera biologia, e indica l’appartenenza psichica sociale culturale a un genere. Una appartenenza che è conquista e non dato biologico e che con il dato biologico dialoga spesso in maniera consequenziale, ma non sempre.

Chi cerca il capro espiatorio dice: “se passa il ddl Cirinnà diventeremo tutti gay e lesbiche”.

Il timore del “contagio” rivela che esistono ancora italiani per i quali l’omosessualità è una malattia contagiosa e non, come stabilito piú di vent’anni fa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, “una variante naturale del comportamento sessuale umano”. Ma la maggioranza degli italiani sa bene, invece, che le persone omosessuali non sono star piene di soldi che tutto possono, ma il lattaio, il portantino, la impiegata, la guidatrice di bus. Il paese reale sa che i tanti problemi della famiglia non nascono da loro, ma da una profonda crisi economica e sociale, rispetto alla quale nuovi istituti di convivenza e solidarietà rappresenterebbero un aiuto, non un problema. 

Il Paese ha bisogno di rinnovarsi. E il fondamentalismo non aiuta. L’ostilità non è concime per la convivenza. E se pochi gridano e diventano pedine di un gioco più grande forse ideato da qualcuno che ancora non si mostra, i tanti sanno che il nostro paese deve essere ricostruito e che solo lo spirito di un volenteroso dopoguerra che sa dare il giusto valore alle dimensioni può aiutarci. Le leggi sono un affare dello Stato e la Chiesa sta dimostrando di non ignorare come in passato questa questione. Nella Chiesa non ci sono solo i fondamentalisti. Il Papa conosce bene il volto dei poveri, compresi i poveri di diritti. E sta cercando di riportare la Chiesa (anche la recalcitrante Chiesa italiana) sulla via del Concilio, all’impegno per la giustizia nel rispetto dell’autonomia della scienza e della politica

L’educazione alla relazione che parla del valore di ogni differenza è quello che serve non solo nelle scuole ma nel paese. Educazione al rispetto anche tra differenti. Questo si fa nelle scuole quando si realizzano progetti anti-discriminazione. Nulla di quanto è stato sbandierato nel corso della manifestazione del 20 giugno.

Di rispetto abbiamo bisogno tutti, e di guerre la società comincia a stancarsi. In Parlamento c’è una convergenza su alcuni punti del ddl Cirinnà.

Una manifestazione così e fisiologica. Ma potrebbe non attecchire più di tanto. Perchè non ha una idea che abbraccia le varie anime della società e punta il dito contro qualcosa che non esiste. Una manifestazione così fa male.  Se in tempi di crisi c’è il rischio che si diventi conservatori, è anche vero che per riprendersi occorre innovare e non essere paralizzati dalla paura. Insomma: inventare il nemico non sempre paga.

Una manifestazione così  se la politica farà il proprio dovere si rivelerà un boomerang: chi oggi promuove il muro contro muro continuando a scommettere sull’ignoranza e la disinformazione potrebbe ben presto scoprire di aver accelerato, anziché rallentato, il primo timido passo legislativo verso la regolamentazione delle convivenze. 

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