Lei chiama Lei: Uomini e donne volete amare? “Femminilizzatevi”

cop-cimino-copiaL’amore è davvero impossibile? “Tanto più gli esseri umani cercano di fare un legame di amore, tanto più lo sfuggono e spesso lo mancano. Anche quando traboccano, muoiono di amore”. È il punto di partenza dell’opera della psicanalista Cristiana Cimino “Il discorso amoroso” (Manifestolibri).

Di Delia Vaccarello – No, non è impossibile, è questione di “farsi femmine”, di uscire fuori da noi, di rinunciare al primato della coscienza, di esporci alla nuda vita lasciandoci turbare, avventurandoci oltre la legge che regola i legami, che proibisce e invoglia a trasgredire, che ci inchioda alla nostalgia. Uscire fuori per esporsi a una gioia talmente eccessiva che può fare orrore. L’altro è allora l’ospite inatteso che scuote e fa dono di sé. Una strada che apre alla possibilità psichica e antropologica di “vedere” davvero l’altro, lungi dalla retorica della tolleranza o dal lessico dell’odio. Con quali ricadute?

Se il “farsi femmine” diventasse pratica politica in che modo potremmo rispondere alle urgenze dell’oggi? Pensiamo, ma non solo, ai migranti, alle nuove forme di fare nucleo e di filiazione. “Per quanto riguarda le urgenze di oggi che sono sempre più  “urgenze stabili” credo che si dovrebbe imparare l’accoglimento – risponde Cristiana Cimino -, il farsi madri di creature ferite perché noi stessi feriti, come diceva Elvio Fachinelli. Si dovrebbe imparare a non avere paura della vita esposta e vulnerabile dell’Altro ma a darle un valore, in qualsiasi forma essa si presenti”. Ma la psicanalisi può considerarsi “politica” anche se non esce da una stanza chiusa? “È una pratica etica, ossia ha a che fare con l’azione. L’analista deve sapere qual è il fine della cura, non nel senso di farla andare dove vuole, ma nell’avere presente che alcuni passaggi devono essere effettuati, almeno ci si deve provare. Uno di essi è quel vacillamento assoluto che richiede l’accesso a una posizione femminile, “estatica” nel senso che ho cercato di dire nel libro. Questa è una forma di pratica politica che, evidentemente, si svolge nella stanza di analisi. La possibilità che sia esportabile è una questione spinosa che già Freud si poneva e che gli analisti devono continuare a porsi. Molti colleghi sono impegnati nel sociale.”

Possiamo parlare, allora, di amore come atto politivo, di una politica dell’amare inteso come “femminilizzarsi”. Si tratta di prendere le mosse dal primo amore, quello per la madre, sentimento tenace ed esclusivo per maschi e femmine, e accedere all’area che precede il dire, lì dove a volte, nel legame amoroso come nel rapporto tra madre e creatura nella fase perinatale, gli inconsci “misteriosamente” comunicano. L’ingresso in questa area può avvenire nel setting analitico, nel legame d’amore, anche nel rapporto con gli animali, nell’esperienze estatiche viste come possibilità della mente di toccare l’estremo, praticabili anche da artisti e filosofi. Non è regressione, ma anzi un percorso in cui il tempo torna alle origini per ripartire e andare avanti.

Utopia? Forse si: perché Freud ci dice che amiamo l’altro solo perché è il nostro specchio idealizzato, e cerchiamo la perduta perfezione, congelando il tempo lì dove Eros e Thanatos si incontrano. Forse no: perché, al di qua del narcisismo e di tutto ciò che costringe a dolorose ripetizioni, si stende il territorio della incertezza, del tempo in divenire, dell’altro che sorprende, dell’attimo sospeso, spaesante, che ci apre al nuovo. Un territorio attraversato da un brivido che possiamo chiamare vita.
L’autrice, nel suggerire l’itinerario che porta (come recita il sottotitolo del libro) “dall’amore della madre al godimento femminile”, setaccia ciò che è in gioco nelle relazioni e ci conduce nei vicoli ciechi del legame d’amore, accennando a qualche via di uscita. La scommessa, suggerisce la psicanalista di formazione freudiana e lacaniana, che si occupa da tempo del pensiero di Elvio Fachinelli, consiste nell’individuare e occupare la “posizione femminile”, posizione e non rendita anatomica, perché donne si diventa. Qui un minimo di accenno teorico è doveroso.
Se per il padre della psicanalisi la “donna” è solo “la madre”, per Lacan è un’altra storia. Cosa vuol dire allora aprirsi a una donna che non sia “la madre” (o una sua controfigura), che non promette beatitudine e sollievo? Vuol dire uscire da una gabbia, fare a meno in amore della illusione di padronanza (impresa ardua), avendo accesso al “godimento femminile”. È un godimento che eccede (supplementare), che vede la donna sgusciare dalla collocazione edipica e diventare “radicalmente altro”, in una posizione aperta, anche se rischiosa.

In questa ottica nel legame di amore occorre familiarizzare con lo spaesamento: non ci sono garanzie, non sappiamo cosa succederà di noi nella coppia, e la persona amata che si avverte vicina può essere intrusa, straniera. Per amare occorre dunque passivizzarsi (va bene per i maschi e per le femmine) abbandonare la virilità difensiva, aprirsi a una gioia che ha come condizione il riconoscimento di ciò che siamo (caduchi di una caducità che abita tutte le cose) e che non ci vede smaniosi di conquistare ciò che non abbiamo. Questo cambiamento di visione ruota intorno a una concezione delle donne (al plurale) prese ciascuna nella propria infinita singolarità che fa saltare la costruzione antropologica della Donna come Altro dal maschio, esaltata in quanto Madre e mortificata come soggetto (e le cronache grondano di questa mattanza). Una che chiede di essere amata per ciò che è, ed è più vicina ai territori reali dell’amore, con tutto il rischio di farsi inghiottire dalla bocca vorace dell’amore assoluto, salvo trovare un modo per “bordeggiare”, procedere a zig-zag, sperimentare .

Il libro, con una prosa piana, rilegge tra gli altri Freud, Lacan, Klein, Fachinelli, e approda alla citazione di “frammenti” amorosi attraversati da cecità e da aperture, riportando passaggi del rapporto con i pazienti che l’autrice ringrazia nella premessa. Un posto speciale viene riconosciuto al modo di vivere la nostra animalità da Derrida in poi. Un modo che vede lo sguardo dell’animale restituire all’essere umano la comune condizione di esposizione alla morte e schiude il legame esotico, e pure intimo, con l’altro che è animale come lo siamo noi, che ci guarda e che, come il cucciolo di matrice ortesiana, sfugge all’addomesticamento. “Non visto, verrà”.