Lei chiama lei – Per una donna, per una Rosa, la lotta tra coscienza e desiderio

Inauguriamo oggi la nuova rubrica di Delia Vaccarello, “Lei chiama lei”, dedicata a tutte le donne. In questa prima puntata si parlerà di teatro, in particolare di due spettacoli che si stanno tenendo in questi giorni a Roma rispettivamente al Teatrodue e al Teatro Agorà. 

Teatrodue: “Per una donna” di Letizia Russo, regia Manuel Renga, con Sandra Zoccolan

Tredici anni. Tredici anni dopo: una storia d’amore finisce mentre un’altra incomincia. Le voci di dentro si accavallano. Sul palcoscenico c’è una giungla di microfoni. La voce si moltiplica anche grazie alla registrazione, torna, si ripete, si raddoppia. Il monologo in realtà è un dialogo tra io e me. Tra la coscienza dell’amore scelto e della collocazione sociale e il “me” rapito da un amore passionale e inaspettato. In fondo lui è stato un buon compagno, sempre attento a ricorrenze e momenti importanti, capace di delicatezze. Non è per insoddisfazione che lei è in conflitto. Certo sa che se dovesse decidersi sarà circondata all’istante da “una foresta di soppracciglia alzate”, sa che potrà capitarle di restare a casa con la cena pronta e la tavola apparecchiata ad aspettare invano gli amici di sempre invitati per una sera. Sa però inequivocabilmente che lei: “è bella” e “mi piace”. Ma non le piace solo “lei”. Il testo non si nasconde dietro la parziale affermazione che spesso tutela una donna dalla presa d’atto del proprio desiderio. Non si limita a dire: “mi piace lei”. La voce registrata in uno dei momenti caldi ripete con cadenza lucida e coraggiosa: “Ti piacciono le donne, ti piacciono le donne, ti piacciono le donne”. E’ la scoperta dell’orientamento sessuale dagli esiti imprevisti. E’ vertigine, non avventura da recintare dietro staccionate domestiche.

Al teatrodue per la rassegna curata da Francesca Desanctis fino a domenica 22 una donna sul palcoscenico lotta, geme, si esplora, fantastica, rivive, si immagina, si graffia nell’agone identitario smosso dalla passione…. per una donna. “Per una donna” di Letizia Russo, regia Manuel Renga, vede la brava Sandra Zoccolan – molto applaudita ed emozionata a fine lavoro – rappresentare la lotta interna tra la coscienza e la passione, la chiamata del desiderio e il mondo com’era fino a quando “non sapevo che esistevi”, tra ciò che si conosce e il terrore e il mistero dell’ignoto. Il desiderio è corpo, casa aperta all’arrivo inaspettato e tanto bramato dell’altra, in un crescendo che l’attrice rappresenta con morbida e forte partecipazione. Un incontro che fa da spartiacque: tredici anni dopo ci sono una fine e un inizio. Una lotta che esige anche la giusta calma per essere affrontata. Mettiti calma, bevi un bicchiere d’acqua, fai due passi. E’ l’invito di una delle voci.

Non è attendismo. E’ spazio interno necessario a prendere contatto con la profondità del desiderio e della rivoluzione che annuncia. Una rivoluzione “non solo” del corpo. Il lessico del testo non concede nulla al sentimentalismo, a quella vaghezza intimistica che a volte pennella il quadro gravido di pregiudizi dell’amore tra donne caro a certo immaginario sociale. Non c’è né più cuore né più dolcezza nel legame tra due donne, che è fatto di passione e di posizionamenti chiari nel mondo se vuole essere degno di questo nome. Letizia Russo lo sa. Solo una volta il sentimento viene espresso con forza dirompente. Alla fine, al termine della lotta lacerante ma sormontabile: “ Mettiti calma, bevi un bicchiere d’acqua, fai due passi. Ti amo”.

Teatro agorà: “Rosa dilicata” di e con Chiara Casarico, supervisione registica Emilia Martinelli 

Una donna sulla scena anche al teatro Agorà fino a domenica 22. Una donna con un nome conquistato, giacché inizia la sua vita senza cognome, solo con il nome del paese di provenienza, che fa effetto per un gioco sottile di parole. Il nome è Rosa e viene seguito da dilicata, vale a dire di Licata, piccolo centro siciliano. “non sugnu dilicata sugnu aspra”. Aspra e dura come la vita – due figli nati morti, le violenze del marito, il cognato che uccide la sorella, il padre che si impicca, gli uomini che la seducono con “belle parole” false e bugiarde, per i quali ruba o dai quali  è pronta a ribellarsi anche se sono preti e la ricattano quando rifiuta rapporti non scelti. “La me innucenza se la spartero in tanti” Ma lei, Rosa, canta. Canta sempre. E trova la forza di andare da Licata a Palermo, da Palermo  a Firenze.

“Canta Ro’, ma nu pi l’autri, canta pi ttia”, canta per te Rosa, le dice una sera il grande poeta siciliano Ignazio Buttitta. E lei respira il canto come sorgente segreta alla quale attinge niente altro che la vita. “Canta Ro’” e cantando diventa Rosa Balistreri, autrice di canzoni che sono opere d’arte, ironiche e struggenti, piene di quella forza che non fa sconti perché conosce la sopravvivenza ai soprusi, alla mafia parente dei “parrini”, alle umiliazioni e alle infinite mortificazioni. Canta e cantando incanta Dario Fo che sbalordisce dinanzi alla sua bravura. Il testo rappresentato all’Agorà all’interno della raffinata rassegna voluta da Ennio trinelli è scritto dalla stessa attrice che per quasi 90 minuti tiene la scena sostenuta soltanto dagli strumenti di Roberto Mazzoli. Una Chiara Casarico appassionata, profonda nelle scene del dolore, ora dimesse, ora straziate – “ognuno sapi che da na rosa nasce na spina che da na spina nasce na rosa” -, vibrante sulle note della riscossa, capace di echeggiare quella passione politica – Rosa era comunista – che oggi è rara se non estinta. “Nun è lu chiantu ca cancia lu destinu, nun è lu scantu ca ferma lu caminu, grapu li pugna, cuntu li jita, restu cu sugnu, scurru la vita”. (Non è piangendo che si cambia il destino, non è la paura che ferma il cammino, apro i pugni, conto le dita, resto chi sono, scorro la vita)

Rosa cambia segno a un destino che per altri sarebbe parso segnato, risponde allu “scuru chiù scuru sicilianu” con una energia di vita tutta di donna (restu cu sugnu), femminile, che non conosce deliri, che si impone con la voce fatta di conoscenza dei limiti umani e di ribellione che si fa canto. Canto che soffia come il vento, che sfugge alla trappola del compiacimento del dolore. Canto che sa aprire la storia: “ …..Stasira cu la vampa dell’amuri scavo la fossa a lu duluri…. Stasira vai e vegnu cu lu ventu pi rapiri li porti di la Storia”

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