Papa Francesco e i gay: la maschera del buonismo e la trappola del catechismo

papa-gay-libro-catechismoDietro al Papa “buono” c’è poi il catechismo della chiesa, rappresentata da preti e cardinali molto meno “buoni”. La trappola mediatica dell’accoglienza nasconde troppo spesso l’amaro boccone della “conversione” delle “persone per bene” propinata in seguito nelle parrocchie.

Di Rosario Coco – Innanzitutto mi piace che si parli di “persone omosessuali”: prima c’è la persona, nella sua interezza e dignità. E la persona non è definita soltanto dalla sua tendenza sessuale: non dimentichiamoci che siamo tutti creature amate da Dio, destinatarie del suo infinito amore. Così Papa Francesco, nel libro-intervista “Il nome di Dio è misericordia”. 

L’argomento sembra coinvolgente e anche innovativo, ma come spieghiamo il fatto che Francesco sia intervenuto negli ultimi mesi contro la fantomatica teoria “gender” e abbia invitato la popolazione slovena a votare “no” al referendum sul matrimonio egualitario? 

La risposta è semplice: se da un lato abbiamo un Papa che usa il linguaggio dell’accoglienza, dall’altro la dottrina della Chiesa cattolica rimane ferma in tutta la sua integrità, pienamente rappresentata in Italia dal conservatorismo omofobo dei vescovi della CEI e che si insinua inevitabilmente anche nelle parole di Francesco.

La questione può essere spiegata ricordando il senso di quel famoso “chi sono io per giudicare” del 2013, che va in realtà contestualizzato con il discorso complessivo fatto da Francesco, che aggiungeva:  “Quando uno si trova perso così va aiutato, e si deve distinguere se è una persona per bene”.  Spiegava, inoltre, Francesco, che le persone omosessuali non devono fare “lobby”. In che senso?

Di certo, possiamo dire che il catechismo rimane intatto: Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

La questione quindi diventa molto chiara: se siamo di fronte ad una “persona per bene”, che cerca Dio e ha tante altre qualità “nonostante” sia omosessuale, la accogliamo, certamente, spiegandogli però un minuto dopo la retta via per fuggire la depravazione di cui si sta macchiando o (a seconda dei casi),  curare la sua malattia. E di certo gli diciamo anche è negativo associarsi ad altri omosessuali per vivere la propria omosessualità e rivendicare i propri diritti. In questo senso non bisogna fare lobby, secondo Francesco. 

E’ esattamente questo quello che succede: dietro al Papa “buono” c’è poi la chiesa rappresentata da una miriade di ministri del culto molto meno “buoni”. A fronte degli annunci di Francesco, infatti,  migliaia di persone omosessuali in cerca di comprensione, di ogni età, si rivolgono possibilmente a chiese e parrocchie dove trovano prelati tra i più conservatori e retrivi.

Per fortuna, la fede di molti cattolici tende a superare la lettera della dottrina ed esistono chiese cristiane come quella valdese che hanno riconosciuto i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Si tratta di realtà purtroppo minoritarie spesso avversate dalle frange più integraliste, come testimonia il sabotaggio del portale su fede e omosessualità Progetto Gionata, che proprio il giorno della presentazione del libro di Papa Francesco ha subito un grave attacco hacker.

Nel nostro Paese tuttavia, la capillarità della chiesa cattolica è ben nota, così come la sua arretratezza. Ciascuna organizzazione ha ovviamente il diritto di fare e dire quello che crede. Ma questo diritto può mettere a repentaglio la salute psicofisica e sessuale di quelle persone che vengono cooptate sulla base di una fede religiosa e si trovano successivamente a vivere una vita di frustrazione, nevrosi e repressione della propria identità?

In altre parole: quale diritto si ha di dire e diffondere il falso in nome di una fede (l’omosessualità è una malattia), quando queste falsità danneggiano l’incolumità di terze persone? Queste domande aspettano ancora delle risposte concrete da gran parte degli attori coinvolti nel nostro Paese: politica, giustizia, chiesa. La scienza ha già dato la sua, da tempo: “l’omosessualità è una variabile naturale del comportamento umano”, come ha dichiarato l’organizzazione mondiale della sanità nel 1990 (dopo i primi pronunciamenti degli psichiatri negli anni ’70). La società e la cultura hanno dato delle risposte ancora più importanti, mobilitandosi per rivendicare la positività e la legittimità delle persone e delle relazioni omosessuali e dei diritti LGBTI in generale.

Resta il fatto che un atteggiamento del genere, che usa una simile “maschera” di buonismo, produce forse ancora più danni rispetto a quelli di un Pontefice apertamente omofobo, specie se consideriamo l’alto numero di credenti omosessuali, poiché la trappola dell’accoglienza veicolata nei media nasconde troppo spesso l’amaro boccone dell’inevitabile “conversione” delle “persone per bene” propinata in seguito nelle parrocchie, che presuppone la rinuncia alla propria natura con le inevitabili e ben note conseguenze di sofferenza e oblio dell’identità.

Ciò che si rende urgente, quindi, più che la pubblicazione di libri e delle dichiarazioni ad effetto, è una revisione sostanziale della catechesi.

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