Roma, intervista a Gioia ed Eleonora, appena unitesi nella Capitale

Unioni civili romane, parlano Gioia ed Eleonora, una delle prime coppie di donne ad essere legalmente riconosciute nella Capitale

14438923_1405279052819981_1344779023_oDi Pietro Colombo – Roma apre le porte, finalmente il via libera alla legge Cirinnà; le prime unioni civili, celebrate dalla sindaca Virginia Raggi, si sono tenute sabato 17 settembre; migliaia di coppie sono in lista per la celebrazione al Campidoglio. La prima, Lorenzo e Luca, ha visto coronare la propria unione nelle prime ore di sabato, grande l’emozione e incoraggianti le parole della Sindaca: «oggi nasce una nuova coppia e nasce una nuova famiglia».
Abbiamo intervistato una delle prime coppie di ragazze in lista, Gioia e Eleonora, il grande giorno? Lunedì 19 settembre alle 10:30.

Gioia, quando è maturata la decisione di unirvi civilmente?
«Ci siamo conosciute il 25 gennaio, per noi è stato un colpo di fulmine inaspettato. Entrambe venivamo da esperienze eterosessuali, le nostre precedenti relazioni sono sempre state con uomini. Ma ci siamo trovate. Innamorate. Entrambe non avevamo mai realizzato di poter vivere con naturalezza una relazione con una donna. Il contesto in cui siamo vissute, anche se siamo di Roma, è sempre stato eterosessuale. Dopo un mese già convivevamo, ci appartenevamo. Dopo poco, a pasqua, abbiamo deciso di sposarci, perché stiamo parlando di essere unite, poco importa che la chiamino unione civile, siamo una famiglia».

Quindi è stata grande festa lunedì 19?
«A dirvi la verità la grande festa c’è già stata, il nostro matrimonio, seppur non legalmente riconosciuto, l’abbiamo celebrato il 25 giugno. Tutti, delle nostre famiglie, erano presenti, 120 persone che vivono la naturalezza di un’unione, io e la mia compagna, mia moglie, ci siamo scambiate i voti, abbiamo letto gli articoli del decreto di legge. Per noi doveva essere l’unione ad essere celebrata, ci erano tutti vicini. E noi eravamo entusiaste. Abbiamo legalizzato la procedura lunedì 19, davanti allo stato italiano, per acquisire quei diritti che finalmente ci vengono riconosciti e per essere legalmente un passo avanti nell’essere riconosciute come famiglia. C’erano mia madre e i genitori di Eleonora, sono stati loro i testimoni, hanno firmato per farci riconoscere dallo stato italiano».

14429621_1405279039486649_1683319216_nLe vostre famiglie vi hanno quindi accolte subito quando avete fatto coming out?
«C’è sempre bisogno di un periodo di metabolizzazione da parte dei genitori, soprattutto perché appunto veniamo entrambe da esperienze eterosessuali, i genitori devono risemantizzare la loro visione del futuro che hanno pensato per i figli. Nel nostro caso però non ci sono state criticità, soprattutto perché i nostri genitori ti vedono amata, rispettata e protetta dalla persona che hai vicino. Ed è la felicità di chi ami che conta. Poi dobbiamo capire che l’orientamento sessuale e affettivo di una persona non la definisce nella sua totalità, noi siamo principalmente Gioia ed Eleonora, l’essere insieme, l’essere mogli l’una dell’altra non è l’unica cosa che ci contraddistingue come coppia».

Parlando di stereotipi e discriminazioni, come si affrontano, secondo voi, le intolleranze verso l’omosessualità femminile?
«Siamo convinte che il pregiudizio si affronti con la quotidianità, con la delicatezza del vivere insieme qualsiasi momento della vita di coppia. Il mostrarsi nel fare la spesa, nelle cene con persone diverse, attraverso i social, andando al cinema o semplicemente camminando per strada, al mercato di Porta Portese, tenendosi per mano. Dare un bacio sulle labbra alla propria moglie, sotto il portone di casa diventa un atto politico, la dimostrazione vivente che io sono come te, che non c’è nulla di morboso, nulla da scandalizzarsi, solo la naturalezza di una coppia di donne che vive la propria quotidianità con la serenità di ogni altra coppia. La semplicità del voler stare insieme, di viversi nella routine di ogni giorno».

Per quanto riguarda invece il luogo di lavoro? Gioia tu lavori nella direzione creativa della Rai, giusto?
«Si, il mio ambiente lavorativo è in contino aggiornamento, la Rai sta compiendo importantissimi passi avanti in questo periodo, soprattutto per le persone LGBTI, sta cambiando adeguandosi alla domanda sociale. Soprattutto per quanto riguarda le pubblicità progresso e l’uso linguistico adeguato verso tutte le persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Logicamente essendo un servizio pubblico necessita tempo. Ma sta mutando. Lo vediamo tutti i giorni, sempre più iniziative vengono inglobate, il pubblico televisivo deve essere formato e il medium televisivo è un buono strumento, soprattutto per l’audience che ancora non conosce la realtà dell’essere LGBT nell’Italia attuale».

Ci sono state criticità nella cerimonia d’unione civile? Ritenete la legge Cirinnà un equo compromesso?
«La legge è un punto di partenza importante, soprattutto perché legittima l’esistenza legale della coppia composta da uomini o donne e gli garantisce dei diritti fondamentali che devono essere garantiti. Ma francamente non è abbastanza e la sua applicazione non è chiara. Per esempio noi volevamo prendere il cognome l’una dell’altra per tutelare, in futuro, i nostri figli che certamente avremo. Nessuno ci aveva informato che solo una persona della coppia può assumere il cognome della partner. Di fatto questo sbilancia la coppia e favorisce la delegittimazione e la tutela legale dei figli delle coppie omogenitoriali. Questo è a mio parere un chiaro out out da parte della politica italiana che ci vuole accontentare ma solo in parte. Tutt’oggi non abbiamo le stesse tutele. Ma soprattutto tutti i bambini delle famiglie arcobaleno presenti sul territorio italiano rimangono legalmente inferiori ai bambini e alle bambine delle coppie eterosessuali».

Tags: × × ×