“Sono gay e sono malato”: blitz alla gay street a Roma per la marcia del 12 dicembre

20151205_005524 Una voce dura e omofoba irrompe megafono in mano durante il venerdì sera della gay street romana. Obiettivo? rompere l’indifferenza, chiamare alla piazza del 12 dicembre

Di Delia Vaccarello – “Oggi voglio essere sincero con voi, sono gay e sono malato, chiedo scusa a mia madre che si aspettava un figlio normale, chiedo scusa a mio padre”. Pochi minuti dopo la mezzanotte del venerdì sera la voce dall’accento siciliano dell’uomo squarcia la serata tranquilla della gay street romana, accanto al Colosseo. Ha un megafono in mano ed è seduto sul corrimano in ferro della ringhiera che limita la strada dagli scavi. Il tono di voce è accorato. Dinanzi a lui si fa il silenzio, un capanello di gente lo fissa e il sorriso sui volti si smorza, gli sguardi sono interrogativi, le espressioni sorprese.

Ma restano zitti. “Hanno ragione i preti a dirci che siamo malati, e i bambini? Ne vogliamo parlare? Un bambino ha bisogno di una madre vera, biologica, ha bisogno di un padre. Ma quali diritti vogliamo? Io sono gay e sono malato e mi vergogno”. Tra una frase e l’altra si ferma, gli attimi di silenzio sono un tempo sospeso che fa rabbrividire.

Siamo a Roma, nella gay street, la gente si incontra e fino a tarda sera beve un drink, si sente in una certa misura protetta dalla condivisione. I locali con le bandiere rainbow, le facce note, tutto parla di un luogo dove un discorso così proprio non te lo aspetti. E’ un discorso che puoi leggere su qualche giornale, che può fare qualche datore di lavoro, qualche familiare, qualche bigotto, i tanti che si sono inventati la fantomatica teoria gender, ma non puoi sentirlo lì, non in quel pezzo di strada, è un discorso che fanno quelli che non riconoscono i diritti a lesbiche e gay.

20151205_005506Fa rabbrividire sentirlo da una voce accorata, lì a due passi, da quello che gay e lesbiche presenti credevano “uno di loro”, jeans, giubbotto, una birra in mano. Uno come tanti.

“Ma quali diritti vogliamo – continua l’uomo – dobbiamo solo curarci… Dobbiamo tornare a incontrarci di nascosto, nei bagni, quello è il posto che meritiamo. Dobbiamo tornare nei cessi, ma quali diritti”. Intorno è silenzio.

Finchè una voce contro la sua si leva. Non parla italiano ma inglese, tre uomini si avvicinano all’uomo che stringe il megafono, il quale non è solo, ha alla sua destra e alla sua sinistra un compagno . I tre stranieri si avvicinano quasi minacciosi, uno lo manda a quel paese, gli altri due cercano di parlare: “E’ per gente come te che in Italia siete messi così….”.

L’atmosfera si fa tesa, c’è il timore che l’uomo finisca giù di sotto, lì dove le rovine restano silenziose, mentre in strada ogni sera avvengono tanti incontri. Ed è a questo punto che la voce tace. Al suo posto parla al megafono uno dei due compagni:

“Abbiamo voluto fare questo esperimento per toccare con mano quanta indifferenza c’è anche tra noi, non è un caso che a reagire sono stati tre uomini stranieri. Venite sabato 12 dicembre alla marcia dei diritti che partirà dal Colosseo, venite per abbattere l’indifferenza. E’ l’indifferenza il peggiore nemico, per abbatterla venite il 12 a marciare in piazza, la piazza è il luogo sacro della protesta, siamo tutti bravi a scrivere sui social, ma è in piazza che si conquistano i diritti”. La gente guarda i tre italiani, tira un respiro si sollievo, molti si complimentano con Nicola La triglia, sua la voce del gay pentito, che ha dimostrato di avere un talento da vero attore e che, quasi rauco per il troppo urlare, stringe mani e accoglie abbracci.

A ripensarci è come se Nicola in quei momenti di “performance” fatta per attirare l’attenzione avesse trovato e ripetuto le parole di tutti i discorsi di omofobia che ha sentito nell’arco della sua vita.

A prendere il megafono per invitare alla marcia è stato Rosario Coco, che insieme ad Alfonso Politano, era lì insieme a Nicola.

La performance era stata preparata pochi minuti prima della mezzanotte, dopo aver acquistato in un tabaccaio ancora aperto le pile per il megafono.

“Cosa diciamo?” Aveva chiesto Rosario. “Quello che ci dice il cuore” aveva risposto Nicola.

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