“Utero in affitto”? smontiamo una polemica che non c’entra nulla con le unioni civili

utero-affitto-surrogataUn dibattito strumentale sta mischiando questioni completamente diverse per colpire la legge sulle unioni civili in discussione al Senato.

Di Rosario Coco – Negli ultimi giorni si è accesa una forte polemica sulla questione del cosiddetto “utero in affitto” conosciuto meglio come GPA, “gestazione per altri”. L’appello per mettere al bando tale pratica promosso da una parte del movimento “Se non ora quando” è stato duramente contestato nel movimento LGBTI, dando vita ad una polemica che rischia di interferire pericolosamente con la discussione sulle legge Cirinnà e la questione stepchild adoption. Paradossalmente, chi scende in campo con l’intenzione di difendere le donne usa l’espressione “utero in affitto”, che disprezza le donne che nel mondo ricorrono liberamente a questa pratica presupponendo che vi sia sempre e comunque un commercio.

Andando con ordine, va chiarito che si tratta di argomenti completamente diversi. La GPA, attualmente vietata in Italia, è una tecnica di procreazione assistita in cui una donna mette a disposizione la propria gravidanza per partorire un bambino o bambina che verrà poi immediatamente riconosciuto, previo apposito accordo, da un’altra coppia. La stepchild adoption è una forma di tutela prevista dalla legge Cirinnà per i figli già nati delle coppie dello stesso sesso, che garantisce loro il riconoscimento giuridico del genitore non biologico (leggi lo speciale sulla genitorialità omosessuale)

La GPA si configura in maniera molto diversa nel mondo, andando da Paesi in cui è consentita come gesto gratuito (con rimborso spese) con precise norme che evitano lo sfruttamento e garantiscono il futuro del nascituro/a, come il Canada, a Paesi in cui esistono sacche di povertà in cui è difficile parlare di scelta spontanea delle donne, come l’India.

La questione non può chiaramente essere affrontata nei termini di un sì o di un no in assoluto. Per prima cosa va detto che la maggioranza dei ricorrenti a questa pratica sono persone eterosessuali, circa l’80%, come spiegato da Famiglie Arcobaleno in un’intervista a L’Espresso che riporta diverse testimonianze di coppie che hanno fatto ricorso alla GPA.

Negli Stati Uniti, in California, una coppia di due uomini può ricorrere a questa tecnica con il contributo di due donne: la prima è la “donatrice” degli ovociti poi fecondati in vitro con lo sperma di uno dei due della coppia (che sarà quella che passa il 50% del patrimonio genetico), la seconda è la “portatrice” che con il suo utero porta avanti la gravidanza.

L’unica questione aperta della “gestazione per altri” è quella che riguarda la tutela delle donne: tuttavia, tutelare le donne significa anche garantire loro la libertà di scelta: nessuno può decidere per un’altra donna che la GPA deve essere vietata a prescindere. Come è evidente, il tema è la regolamentazione; ancora una volta non c’entra niente né l’orientamento sessuale, né la capacità genitoriale, né, tantomeno, l’estensione del matrimonio civile a tutte le coppie o i diritti che sarebbero riconosciuti con la legge Cirinnà proposta al Senato. A questo proposito, qualcuno dovrebbe spiegare come mai il dibattito sulla GPA viene fuori proprio ora che la legge sulle unioni civili dovrebbe percorrere l’ultimo miglio.

Con la stepchild adoption, infatti, verrebbero riconosciuti i diritti a quei bambini già nati che vivono all’interno di una coppia dello stesso sesso, a prescindere dal modo in cui siano venuti al mondo. I figli delle famiglie omogenitoriali in Italia, infatti, che siano figli di uno dei due partner provenienti da una precedente relazione eterosessuale, o che provengano dal ricorso ad altre tecniche di procreazione assistita all’estero, hanno, ai fini di legge, un solo genitore. Lo Stato, per questo, dovrebbe tutelare senza discriminare, senza decidere quale sia il modello “giusto” di famiglia, rendendo i figli con genitori omosessuali semplicemente uguali agli altri.

Si sta insomma tirando in mezzo l’argomento “bambini” per mischiare questioni diverse, con il tentativo da parte dei conservatori di sabotare un provvedimento indispensabile come la stepchild adoption, che tutelerebbe migliaia di bambini e bambine che ufficialmente hanno un solo genitore dal rischio concreto di rimanere orfani da un giorno all’altro. Cosa rispondere alla domanda di una bambina che chiede a sua madre: “mamma perché non puoi firmare il diario”? I detrattori della stepchild  e tutti coloro che in maniera più o meno consapevole le stanno dando picconate e spallate dovranno dare una risposta.