“Voglio diventare etero”: cronaca di un’illusione che uccide

Se possiamo trapiantare un organo malato, non possiamo assolutamente cambiare l’orientamento sessuale, che coincide con tutto l’essere stesso della persona, che è essenziale e vitale per chiunque come il respiro.

Di Delia Vaccarello – Cosa succede se una persona lesbica o gay in momenti particolarmente difficili della sua vita si rivolge a un terapeuta chiedendo di diventare etero? Vedendo una coppia etero che ha diritti riconosciuti, che trova intorno un contesto familiare e relazionale pronto a dare sostegno e calore, può accadere di chiedersi: perché a me non succede? forse perché non sono come loro? Può accadere che sopraffatta dalle difficoltà e da un senso di disagio interiore una persona omosessuale provi una profonda forma di rifiuto verso se stessa e chieda a uno specialista di ricevere aiuto per cambiare il proprio desiderio e il proprio modo di amare. Come risponde il terapeuta? “Come risponderebbe il terapeuta a un ebreo che gli chiedesse di togliergli la propria “ebreitudine” o a una anoressica che gli chiedesse di arrivare a pesare 25 chili” osserva lo psichiatra e psicoterapeuta Paolo Rigliano. Se possiamo trapiantare un organo malato, non possiamo assolutamente cambiare l’orientamento sessuale che coincide con tutto l’essere stesso della persona, che è essenziale e vitale per chiunque come il respiro.

Piuttosto dobbiamo chiederci come mai, per quali ragioni individuali ma anche legate alle relazioni familiari, sociali, politiche religiose, la persona può illudersi di “tagliare” l’omosessualità quasi fosse un ramo secco. Un rifiuto che può annidarsi dietro molteplici forme, anche meno drastiche di quella di chiedere di diventare etero, che fanno capo comunque a un grave fraintendimento su cosa significhi essere omosessuali, oltre che a un vissuto nascosto e doloroso.

Affrontiamo questo tema sia perché la domanda cruciale può davvero tormentare una persona in difficoltà, sia perché è al centro del dibattito sorto intorno al convegno sulla famiglia svoltosi ieri a Milano,e anche perché è stato sollevato da un articolo comparso su Avvenire.it.

Uno psicologo è stato sospeso dall’Ordine della Lombardia per tre mesi, il motivo: il 19 luglio 2013, sul sito “guida psicologi.it” ha risposto a un visitatore che aveva chiesto: «È possibile uscire dall’omosessualità?». Nella risposta avrebbe spiegato che «quando una persona avverte un evidente disagio nel suo comportamento sessuale», è possibile ricorrere alle terapie cognitivo- comportamentali. Riguardo alla vicenda l’autore del pezzo su Avvenire.it, critico in merito alla sospensione del professionista, si chiede “ma se è il paziente stesso a chiedere aiuto? Se dichiara di vivere con disagio la propria sfera identitaria e intende verificare le possibilità di rimuovere l’origine (corsivo nostro, ndr) del problema? In questo caso le ‘terapie riparative’ sarebbero lecite?

Domande che sembrano destinate a rimanere senza risposta. Rispondiamo su anddos.org rivolgendo la domanda proprio a Paolo Rigliano autore di numerosi testi tra cui “Gesù e le persone omosessuali” (ed. La Meridiana) e “Curare i gay?” (ed. Cortina) che affronta la questione delle terapie riparative, esplicitamente citate sul pezzo dell’Avvenire. Ancora, in merito al convegno di Milano, che reca il logo dell’Expo, oggetto anche di interrogazioni parlamentari e organizzato da Obiettivo Chaire, Alleanza Cattolica e Regione Lombardia, l’associazione Obiettivo Chaire in un comunicato dichiara “il disagio per una tendenza omosessuale soggettivamente indesiderata esiste”. Esiste davvero? E come si affronta?

Paolo Rigliano, come si risponde a una lesbica o a un gay che domandano al terapeuta di diventare etero?

La prima cosa da fare è proprio la decodifica della domanda, è il compito di chiunque faccia in maniera rigorosissima e fondata scientificamente il lavoro dello psicoterapeuta. La richiesta del paziente va analizzata cercando di capire quali sono le paure e le dinamiche dietro la richiesta stessa. Occorre chiedersi: perché il paziente arriva a me con questa richiesta? Cosa genera la sua sofferenza? Di quale oppressione è frutto quella sua specifica sofferenza?

Lo studente gay che ieri ha provato ad intervenire al convegno sulla famiglia della Regione Lombardia è stato allontanato dopo pochi minuti. Aveva sollevato la questione delle terapie riparative

Ma davvero l’”origine” del disagio è l’omosessualità? E se fosse possibile cambiarla il problema sarebbe risolto?

 

L’omosessualità non è una cisti da asportare con una operazione di chirurgia psicoterapeutica, non è una parte, un ghiribizzo della persona, un capriccio, un residuo, un piccolo tumore della pelle. Il problema di chi fa questa domanda è la illusione di poter tornare a un sé in cui la omosessualità non ci sia, ma questo coinciderebbe con la autodis

truzione della persona stessa, con la sua morte psichica, interiore ed esistenziale. L’affettività della persona omosessuale come di quella eterosessuale innerva e sostiene e forma la sua stessa unicità e unità di persona e, in quanto tale, struttura l’intero suo essere. L’omosessualità e la eterosessualità sono strutture che riguardano l’essere psichico nella sua interezza, non si possono togliere o cambiare, pena la violenta oppressione di quella persona.

 

Se un paziente ha questa idea della omosessualità come può essere interpretata?

 

I pazienti possono chiedere tutto, possono pretendere che sia possibile uno stato ideale immaginato e possono chiedere di aiutarli a raggiungerlo: ma la professionalità, la competenza clinica e scientifica e l’etica dello psicoterapeuta gli impongono di aiutare il paziente a elaborare tale illusione autodistruttiva.  Il problema che porta il paziente è proprio l’illusione di enucleare l’omosessualità come se fosse una parte. Il punto da indagare prima di tutto, allora,  è la sofferenza che la persona patisce per tante ragioni, tra cui può essere fondamentale un contesto –familiare, amicale, sociale, lavorativo, scolastico, parrocchiale…-  che è ostile alla integrale affermazione del suo essere e che lo porta a coltivare l’idea che si possa risolverla operando una mutilazione, cioè tagliando l’omosessualità. Per esempio, uno dei processi che producono sofferenza è che, dentro l’ostilità dell’ambiente in cui il paziente vive, egli sente che quelle che sono le persone per lui più significative gli pongono la richiesta di guarire dall’omosessualità. Una richiesta che gli arriva come ingiunzione ricattatoria e ineludibile, che l’omosessuale fa l’errore di considerare come legittima, tanto da farla propria. Occorre dunque capire quali sono le paure e le angosce, così quale sia la portata dell’oppressione che la persona subisce per tanti motivi dalle origini più varie, dai familiari alla condanna religiosa, dall’ostracismo nell’ambiente di lavoro alla vergogna di rendere consapevoli gli amici  della propria omosessualità.

Il problema, lo ripeto, non è il contenuto della domanda ma la domanda stessa, la domanda si fonda sul pregiudizio che possa esistere questa possibilità, come se un paziente ebreo venisse a chiedermi di togliergli l’ebreitudine. Lo psicoterapeuta in quanto custode delle procedure e del sapere clinico deve sapere che è una missione impossibile. La domanda da setacciare, indagare, disaggregare è proprio la pretesa di cambiare orientamento sessuale.

 

Questa pretesa non nasce dal nulla. L’idea o la pretesa che l’omosessualità si possa estirpare come una malapianta da dove nasce?

 

Questa idea non puo non derivare da una squalifica di sé frutto delle interazioni con le persone cui intesse i rapporti più importanti e magari con la fede religiosa in cui il soggetto crede. Una squalifica che genera una sofferenza spaventosa a sua volta legata a una svalorizzazione radicale, a un disgusto di sé.

La decodifica della domanda permette di fare emergere i processi costitutivi alla base della svalutazione di sé e i prezzi pagati dal soggetto. 

 

Ma non è solo farina del sacco del paziente, quali sono le fonti sociali?

 

C’è una oppressione sociale che pretende che l’omosessualità non ci sia e dunque fa desiderare che venga tolta. C’è un pregiudizio secondo il quale l’omosessualità sia come un parassita patologico e non qualifichi la persona. Nessuno farebbe un discorso del genere per l’eterosessualità, nessuno direbbe che è una parte secondaria o del tutto residuale della persona. Il pregiudizio è che non si possa che essere eterosessuali per essere normali.

 

 

Paolo Rigliano, Psichiatra e Psicoterapeuta

Le terapie riparative hanno provato a dare una veste scientifica a questo pregiudizio?

 

Sono il tentativo di riproporre, verniciato di terapia”, il solito vecchio pensiero persecutorio, messo in discussione da centinaia di ricerche che dimostrano il contrario e che si è rivelato solo una versione grottesca e caricaturale delle risposte al disagio. Chi ancora dà credito a queste terapie mostra la volontà di non riflettere criticamente e autocriticamente sui pregiudizi che hanno guidato anche l’ideologia cattolica e che sono stati smentiti dalla evoluzione scientifica. Tutti gli organismi scientifici dopo decenni e decenni di ricerche hanno smentito tali teorie, persino i fautori stessi delle terapie riparative hanno dichiarato bancarotta. I grandi testimonial e i leaders dei gruppi riparativi hanno affermato che si trattava di imbroglio e malafede. 

 

Il convegno appena svoltosi a Milano “Difendere la Famiglia per Difendere la Comunità”, al quale hanno partecipato esponenti e associazioni noti per le posizioni nei confronti delle persone lgbt, è stato pensato per sostenere le teorie riparative?

 

Gli organizzatori hanno cercato di tenere un profilo molto basso sul nesso tra l’argomento del convegno e le teorie riparative che sono considerate contrarie alla deontologia professionale dall’ordine degli psicologi. E’ il redattore di Avvenire che ha esplicitato i collegamenti tra la sospensione dello psicologo e le teorie riparative con riferimento al convegno di Milano.

L’articolo cita l’approccio cognitivo comportamentale le cui tesi sono state rigettate completamente dalla comunità scientifica. Parla come se non ci fosse una enorme letteratura che le ha dichiarate del tutto false e fallimentari, oltre che gravemente dannose e lesive della dignità della persona.

 

Se la comunità scientifica internazionale ha bocciato le terapie riparative, come mai in alcuni ambienti italiani vengono ancora accreditate?

 

L’articolo in questione è espressione di parte del pensiero vaticano. La Chiesa cattolica ha assunto la funzione di fautrice di certi costumi della morale pubblica, con una adesione veterotestamentaria, basata sull’ordine considerato sacro e naturale imposto da Dio all’umanità. Le gerarchie cattoliche non fanno i conti con questa posizione così la Chiesa Cattolica, non tutta, ma in alcune sue importanti parti, osteggia la necessità di fare un lavoro faticosissimo di liberazione dai pensieri che hanno guidato l’oppressione nei confronti degli omossesuali e non solo. L’atteggiamento nei confronti dell’omosessualità è solo un aspetto. Il problema è che non si è data la possibilità a molti tra i ricercatori cattolici e i preti di elaborare un pensiero e una visione alternativi. E mentre la comunità scientifica smantella le vecchie credenze l’ideologia cattolica non ne ha di nuove. Si verifica un vuoto di interpretazione liberatoria al quale si risponde con la nostalgia dei tempi andati e dunque con il pensiero oppressivo.

 

L’invito di Papa Francesco non è quello di una nuova accoglienza?

 

Dal Papa arriva un invito a cogliere le grandi novità perché ha capito che il vecchio sistema non funziona piu. Suggerisce allora avanzamenti prudenti, reali, concreti ed effettivi, i quali non possono che essere basati sulla centralità della persona, sulla possibilità di creare legami positivi di amore, solidarietà e accoglienza, la questione non riguarda solo l’omosessualità ma ad esempio anche i divorziati sposati. Il Papa ha colto che anche a partire dalla questione omosessuale si può affermare che il rispetto della condizione umana è ineludibile, che non puoi opprimere una persona al punto da suggerire di chiedere in terapia l’impossibile e l’assurdo. Ha capito che a proposito delle persone omosessuali si può parlare di legami di valore.

 

Nel libro “Gesù e le persone omosessuali” vengono espresse anche le nuove posizioni dei teologi cattolici. Ci sono molte anime al momento all’interno della Chiesa?

 

Almeno due, l’anima rappresentata da Papa Francesco e quella nostalgica. Il convegno di Milano risponde a tantissime strategie e scopi, possiamo definirlo multipiano. C’è in atto uno scontro nel centrodestra, e i fondamentalisti vogliono compattare la destra su questi valori, cementificarla. La lega vuole costruire un fronte simile a quello lepenista in Francia candidandosi a diventare un presidio contro i barbari estranei e nemici, compresi gli omosessuali. C’è il piano della lotta all’interno della Chiesa: il richiamo al contrasto della omosessualità rischia di essere una parola di ordine per creare un fronte, non dimentichiamoci che sul punto degli omosessuali e dei divorziati sposati papa Francesco ha registrato nel Sinodo una sorta di battuta di arresto.

 

Ritorniamo alla nostra domanda iniziale. Il paziente che chiede di non essere omosessuale deve dunque fare i conti con le fonti anche sociali, politiche, religiose del suo pensiero?

 

Noi tutti viviamo in un contesto, non in un ambiente sottovuoto, nelle condizioni di oppressione interiore dobbiamo essere in grado di vedere il contesto oppressivo che crea il contesto individuale, la squalifica di se non è mai frutto della svalutazione solo individuale ma frutto di dinamiche familiari politiche e sociali. Occorre utilizzare la sofferenza anche come chiave di lettura per capire il mondo in cui si vive.

L’individuo ha la responsabilità di fare sue o rifiutare le richieste che vengono dall’esterno, altrimenti si cade nella recriminazione, nella lamentela parassitaria, nel vittimismo. O no?

 

Certamente, la collusione con il contesto svalutante va distrutta, occorre riuscire a trovare vie di uscita dall’oppressione tenendo conto del livello individuale ma anche di quello interpersonale, politico, istituzionale. Occorre avere la consapevolezza che possiamo partire ricapendo quello che ci succede dentro e fuori. Molti omosessuali oggi sanno di poter stare molto meglio di prima, sono riusciti con la difesa del valore dell’inviolabile integrità umana a cambiare il contesto da più oppressivo a meno oppressivo. Oggi sono possibili situazioni di vita che prima erano impensabili, anche se non tutto è risolto. Questo dimosttra che le possibilità per una vita migliore ci sono e che il singolo deve smettere ogni vittimismo e ogni vittimizzazione. Ognuno deve lottare e dare quello che può dare per un processo colletivo di liberazione.

 

Che cosa ci dice il film Pride?

Mi è piaciuto e mi ha molto emozionato. Mi ha colpito un’evidenza che fa parte della mia riflessione da decenni. Mi ha emozionato la forza creativa e l’attivazione di singoli soggetti che in solitudine con grande sofferenza e incertezza si fanno carico di praticare una liberazione fondata sulla solidarietà, è un movimento che parte da un nucleo ristrettissimo di persone. Il film

risponde molto alla mia esperienza personale, io ad esempio ho fatto un discorso di contrasto scientifico delle teorie riparative e inizialmente il mio impegno era deriso come una perdita di tempo e di energie, come un attenzione del tutto eccessiva data ai fondamentalisti, uno spreco di risrose per una lotta di retroguardia….

Il film Pride narra la storia di un singolo che subisce la derisione da parte degli stessi gay, che sperimenta il pestaggio degli omofobi, ma che si oppone trovando la capacità di pensare il mondo dal punto di vista dei  valori di solidarietà, unione, confronto con gli altri emarginati e oppressi. Mi ha emozionato la storia del protagonista che intuisce i legami politici in gioco e, contro molti, si impegna creativamente in una iniziativa strategica basata sui valori che uniscono e in cui tutti sono chiamati a riconoscersi, fornendo una possibilità concreta di un avanzamento collettivo.

Nella storia della oppressione dei diversi sono state piccolissimi nuclei di resistenza che hanno avuto l’intuizione e hanno tracciato la strada da seguire . Noi tutti dobbiamo farci carico di trovare nuove opportunità di liberazione nonostante la solitudine, l’isolamento, la vulnerabilità e le sconfitte.

 

Il momento che stiamo attraversando è particolarmente delicato?

 

Voglio lanciare un appello: tutti devono farsi carico dei pericoli gravissimi dei nuovi fondamentalisti. La vera domanda da porci relativa al convegno sulla famiglia del 17 gennaio promosso dalla Regione Lombardia è “perché ora?”. Questi gruppi stanno cambiando la loro strategia, come mai vengono alla luce oggi e quali sono le armi, le tattiche, le strategie gli scopi, i destinatari e la posta in gioco di questa nuova campagna fondamentalista?

 

 

 

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